STORIE

4. IL RUGBY E LA STORIA DELL’ARTE MODERNA

Di Kirk Vanedoe

Durante una piovosa giornata d‘estate degli anni Settanta, feci una sorta di pellegrinaggio in una località del nord dell’Inghilterra: un campo da gioco della Rugby School. Sul muro, accanto al campo, una lapide dice: “Questa pietra commemora l’impresa di William Webb Ellis che, con squisita indifferenza per le regole del calcio dell’epoca, prese la palla tra le braccia e si mise a correre, dando così origine alla peculiare caratteristica de gioco del rugby. AD 1823”

 (…)

Che cosa si impadronì di Webb Ellis nel pieno di una partita di calcio e gli fece raccogliere quella palla? E, fatto ancora più strano, come mai non fu semplicemente espulso dal campo? Continuo a trovare l’impresa di Webb Ellis cesellata con una tale finezza da auspicare che si ripeta ad ogni innovazione culturale. Una persona che opera in un sistema di regole vede all’improvviso che c’è un altro modo di procedere e prende in mano la situazione; e qualcun altro, o molti altri, scelgono di considerare questa mossa aberrante non già come un errore o un’azione scorretta, ma come il germe di un mondo nuovo con un proprio sistema di regole.  Niente di quel che potremmo sapere del ragazzo e della sua vita e nessun resoconto circostanziato sulla scuola basterebbe di per sé a razionalizzare la nostra meraviglia: un fecondo momento magico tra un gesto che avrebbe potuto altrimenti cadere su un terreno sterile e un terreno fertile che in altre circostanze avrebbe potuto rimanere tale (….)

La materia prima è l’iniziativa personale, la decisione di essere un emarginato all’interno del proprio mondo, di cercare nuovi significati per vecchie forme e affrontare vecchi compiti con nuovi strumenti, di accettare lo strano come utile e riconsiderare il noto come pieno di potenzialità. Ecco perché l’impresa di Webb Ellis mi sembra un modello appropriato. È proprio perché questo gesto fu così semplice, umano e caparbio che riesce a illuminare la forza creativa che da esso si irradia. Non dovremmo accettare che la forza e la complessità dell’universo delle forme artistiche attraverso cui siamo giunti a identificare la nostra epoca, da Manet a Pollock e oltre, ci impediscano di vedere le origini di un simile gesto proprio in tali occasioni: quando cioè gesti individuali dirottano note ma dimenticate potenzialità per approdare a un campo di potenzialità latenti ma indefinite”.

(Da: “Una squisita indifferenza. Perché l’arte moderna è moderna”, Johan & Levi editore)

L’autore: Kirk Vanedoe (1946-2003) è stato direttore del Dipartimento di pittura e scultura del Museum of Modern Art di New York.


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